michela modolo - presentazione critica
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Presentazione critica di Ottorino Stefani

Capitolo primo: dalla vocazione originaria alla formazione accademica
Michela Modolo nasce nel 1953 a Santa Lucia di Piave. Nel paese natale, posto a nord di Treviso in una tranquilla pianura. lontana dai grandi agglomerati urbani, la futura pittrice trascorre i primi anni della sua vita di bambina sensibile e operosa, certamennte attenta al lavoro assiduo del padre, rinomato pittore soprattuttto nel campo dell'arte sacra. "La mia famiglia", ricorda la pittrice, «viveva in una casa con un grande cortile, circondata da un "brolo" di proprietà del fattore dei conti Ancillotto, da dove si apriva, nella mia immaginazione di bambina, la campagna vastissima, tagliata da lunghe "canalette" di irrigazione. Ricordo il caldo secco, il sole accecante delle estati, il canto assordante delle cicale che non ho più sentito così intenso come allora. Lo studio di papà a quel tempo si trovava presso le Opere parrocchiali per problemi di spazio e nella soffitta della casa teneva solo vecchi bozzetti, riserve di colore, pennelli dalle varie forme» (I). Una "campagna vastissima", il "caldo secco" ritmato dai monotoni "tremuli scricchi" (direbbe Montale) delle cicale e sullo sfondo, verso nord, la successione armoniosa di colline e di azzurre montagne della catena delle Prealpi: sono questi i motivi originari che, nella futura visione figurativa della Modolo, si trasformeranno, nel futuro, in immagini cristallizzate in una sorta di nostalgica e poetica contemplazione del tempo e dello spazio. "Una mattina tutti i mobili e le masserizie vennero caricati in un grande camion e partimmo per Vicenza. La nuova casa tutta bianca mi affascinava perché aveva l'aspetto della villetta e in fondo alla via si aprivano i campi, luogo da sempre preferito per i giochi. Nella casa di Creazzo ho scoperto il lavoro di papà: dall'entrata si accedeva a destra nella cucina e a sinistra nel grande studio. Il profumo dei sughi e delle minestre della mamma si mescolavano spesso con l'odore pungente dei colori ad olio e dell'acquaragia che filtravano dalla porta molto spesso socchiusa, in modo che potevo scorgere il papà col suo camice bianco e la grande tavolozza appoggiata al braccio.Le incursioni mie e dei miei fratelli nel luogo non proibito, ma comunque rispettato, avvenivano quando papà usciva verso sera per una passeggiatina: mi incantavano la pastosità dei colori, il profumo dell'acquaragia, la diversa morbidezza dei pennelli. Un giorno finalmente, potevo avere 7 o 8 anni, impossessatami di un piccolo cartone te lato pasticciai un paesaggio e fui subito scoperta perché avevo usato i pennelli che il papà lasciava perfettamente puliti" (2). Nella mente della bambina è già in atto, dunque, in maniera si direbbe determinante, quello che gli studiosi chiamano il processo di identificazione con la figura paterna la quale assumerà, d'ora in poi, una funzione di stimolo e di guida ideale. Una guida che, nel futuro, diventerà sempre più essenziale sino a tramutarsi in un ricordo luminoso come la luce che filtra dalle grandi vetrate di una chiesa. Non bisogna dimenticare che Michela, proprio in ambito familiare, agli inizi degli anni Ottanta, insieme alla sorella Bonizza, aiutava il padre a completare bozzetti per vetrate a soggetto sacro, con relativa segnatura delle linee dei piombi che saldavano le varie zone dei vetri colorati, che venivano poi elaborati prima della cottura in vetreria. Tuttavia i ricordi che maggiormente hanno contribuito a creare nella futura pittrice la mitica immagine di un mondo ricercato come modello ideale delle virtù "visive dell'anima" (3), son legati certamente ad uno spazio solare e quasi isolato dall'incessante e caotico dinamismo della vita moderna. Uno spazio che, in maniera diretta, si specchiava in dimensioni più ridotte nella sua fantasia quando, ormai vicina all'adolescenza, contemplava estasiata e "stupita" il lavoro del padre mentre nel suo studio preparava con maestria le grandi tele bianche per le pale d'altare e stendeva sulla loro superficie l'imprimitura (un medium antico fatto di colla e gesso) dopo averle accuratamente "tirate" sul telaio. Il dolce profilo delle colline di Creazzo, e soprattutto il lavoro del padre, ammirato in un'ottica quasi sacrale, costituiscoono certamente la sorgente viva ed il punto di partenza della visione figurativa della Modolo sino a stabilire, nel tempo, una linea di ricerca stilistica personale, tesa verso dimensioni cariche di limpide evocazioni cromatiche ed emotive. Evocazioni di luoghi, di viaggi, di racconti, di parole sospese nello spazio dell'anima come "rosee fiamme" e interiorizzate secondo una sorta di "geometria poetica" che regola dall'interno le parvenze organiche dell'oggetto estetico creato dalla mente e dal cuore. "Quando ormai adolescente si decise che avrei frequentato la Scuola d'arte, mi buttai con entusiasmo nello studio del colore, della forma e delle varie tecniche, ma contemporaneamente rielaboravo a contatto col padre le varie suggestioni pittoriche dell'ambiente circostante. Le passeggiate che dal piano portavano alla salita decisa dei colli erano fonte per me di grande gioia: mi sentivo parte integrante del paesaggio. Con lo spirito inevitabillmente romantico di quel periodo scoprivo le luci e le ombre che accompagnavano le varie ore del giorno. Qui, a differenza di Santa Lucia di Piave, l'umidità filtrava i raggi di sole in un gioco di trasparenze tremolanti e le nebbie insistenti creavano un'atmosfeera magica e misteriosa. Il lavoro di papà così delineato in una tematica che poco spazio lasciava alla pittura da cavalletto mi entusiasmava nel colore e nei tagli delle composizioni, ma non sempre riuscivo a capirne il valore iconografico e simbolico. Ed era inevitabile il contrasto, quando accanto all'incomprensione di generazioni diverse, si aggiunse la contestazione degli anni '70 e l'iscrizione all' Accademia di Belle Arti" (4). Negli anni che vanno dal 1970 al 1974, all'Accademia Veneziana, Michela Modolo ha la fortuna di avere per maestro un artista di primo piano come Giuseppe Santomaso. Un pittore colto, raffinato, che sapeva infondere negli allievi uno spirito di ricerca estetica originaria: vale a dire non limitata alla sola conoscenza delle regole grammaticali del fare arte, bensì protesa verso gli orizzonti più ampi di una indagine globale del mondo, in sintonia con l'evoluzione storico-culturale della civiltà contempooranea. Sono anni di intenso lavoro di rielaborazione di poetiche legate al filone dell'astrattismo geometrico internazionale, con particolare riferimento al gruppo degli artisti di De Stiil che intendevano ricondurre l'arte verso il superamento del soggettivismo romantico-impressionistico per ribadirne la perfettta autonomia stilistica, su precise leggi scientifiche. Uno dei protagonisti del gruppo, Van Doesburg, afferma che l'arte deve trovare la sua vera esistenza "come espressione esatta in se stessa" (5). Negli anni dell'Accademia sono proprio le proposte teoriiche e le esperienze pittoriche di Van Doesburg che si presentano a Michela Modolo come punto di riferimento alle sue ricerche compositive e cromatiche tendenti, appunto, a risolvere in termini di eleganti partiture geometriche il problema dei rapporti tra superficie fisica (o spazio geometrico) e "spazio poetico" (quello inventato dall'artista), in cui il colore e le vibrazioni materiche, esposte alla luce, risolvono in chiave razionale le apparenti contraddizioni tra astratto e concreto, tra forma e contenuto, tra oggetto e soggetto. Non a caso, nelle opere di questo periodo, approvate con qualche riserva dal padre, Michela Modolo sovente impiega le linee diagonali che lo stesso Van Doesburg aveva preferito adottare in numerose composizioni definite "elementariste". Operazione che provocò l'uscita di Mondrian dal gruppo De Stiil in quanto "l'abbandono dell'orizzontale e del verticale gli appariva come un'autentica eresia nei confronti dei principi fondamentali del neoplasticismo" (6). Completata l'Accademia, Michela, verso la fine degli anni Settanta e agli inizi degli Ottanta, incomincia a delineare le coordinate delle sue affascinanti ricerche espressive, puntualizzando decisamente una poetica che la pone tra le presenze più significaative degli artisti della sua generazione. È una poetica aperta a diverse sollecitazioni emotive ed estetiche, in quanto il punto di partenza, sperimentato ampiamente all'Accademia, si arricchì via via di nuovi sostanziosi apporti che vanno dall'lnformale all'Arte Povera, dalla ripresa di un certo astrattismo lirico sulla linea di Klee, alle più recenti esperienze interattive o sinestetiche tra arte e poesia. Si tratta, comunque, di assunzioni che non intaccano una limpida e personale ricerca di fondo, tesa a recuperare un mitico spazio della memoria in cui avviene, finalmente, l'incontro sempre problematico e sfuggente, tra l'emozione sperimentata anche sul piano diretto, fisico e tattile, ed il senso misterioso di un processo creativo consolidato a contatto con un determinato ambiente familiare, socio-culturale e paesaggistico. I movimenti artistici del nostro tempo ci hanno sovente proposto l'''oggetto trovato" come "opera d'arte", con una sua specificità fisica ed una raggiunta organicità formale. I "sacchi" di Burri sono ormai entrati, a pieno diritto, nella storia dell'arte contemporanea, in quanto la materia povera, opportunamente trattata o messa magari a confronto con forti contrasti di colore, presentava una capacità espressiva talvolta superiore all'artificio tecnico della pittura tradizionale.Anche Michela Modolo usa spesso la tela di sacco, come supporto o come "zona cromatica" da inserire nel quadro secondo il principio del collaie, riportandola, in ogni caso, nell'ammbito di una evocazione di ampi spazi paesaggistici, immaginarie dune e colline, luoghi di incontri tra la terra e il profilo lontano del mare.

Capitolo secondo: immagini della poesia e orizzonti marini
Nel 1979 Michela Modolo compone un lavoro, Viaggio in Puglia, che è inconsapevole omaggio al Maestro Santomaso e anche inizio di un lungo processo di ricerca espressiva sempre fedele ad una coerente impostazione stilistica pur nel variare dei motivi ideologici e sentimentali delle opere. Nel 1960 Santomaso si trova in Calabria forse anche per appagare un suo vivo desiderio, già manifestato agli amici Carlo Levi e Leonida Repaci, di trascorrere un'estate in quelle terre piene di fascino, di luce smagliante, di costumi ancora arcaici (7). Durante il soggiorno l'artista realizza una serie di opere che sono, comunque, ben lontane da quelle della Modolo, in quanto esse rievocano il paesaggio calabrese per mezzo di una pittura informaale-gestuale: tesa, comunque, a cogliere i forti contrasti tra i bianchi calcinosi dei muri delle case e l'intensità azzurra del cielo. La Modolo, invece, esprime una visione dell'ambiente attraverso una elegante composizione in cui la tecnica del collage contribuisce a creare una perfetta interazione tra emozione visiva e sensibilità "tatti le", tra l'atmosfera cromatica, dai toni morandiani, e le precise scansioni geometrico-architettoniche che strutturano il dipinto. Il rigore purista e la straordinaria sensibilità materica, soprattutto nell'impiego della tela di sacco, agli inizi degli anni Ottanta, diventano una sigla stilistica che caratterizza in maniera inconfondibile le successive prove della Modolo. E basterà ricorrdare la mirabile serie delle "finestre", in cui la apparente monotoonia delle linee orizzontali viene sapientemente e poeticamente riscattata dalla leggera inclinazione e ondulazione del loro percorrso, con l'evidente intento di rivitalizzarle, di conferire ad esse un andamento "terreno" o "acquoreo" o, magari, di evocare le trasparenti striature di un cielo rannuvolato. Certamente le grandi campiture in primo piano, coperte da una tela di sacco, sembrano ribadire la presenza inalterabile del mondo naturale. E tuttavia proprio tale presenza si inserisce in un discorso pittorico articolato nel continuo riferimento all'''altro da sé", al mondo della memoria e della conoscenza, alle parole meditate nella contemplazione di una distesa sabbiosa o di un mare rispecchiante biancheggianti riflessi di madreperla. Non è un caso se un tipo di pittura come quella della Modolo, riesce come poche altre, ad interpretare la parola dei poeti, magari di un paese lontano come il Nicaragua, dove un luogo, un personaggio, un gruppo di bambini, un airone, diventano simboli di un mondo ancestrale in cui la vita, pur nelle avversità, ritrova un sentimento di speranza e di grandezza quasi epica. La Modolo, ispirandosi ad una poesia di Bosco Centeno So/entiname, ripercorre un itinerario grafiico e cromatico che è l'esatto equivalente figurativo dell'assunto ideologico e persino formale della compoosizione letteraria. All'insistenza di taluni parallelismi "orizzontali" (E gli aironi da lontano simili a vergini) che la poesia propone, corrisponde simbolicamente l'alternarsi nel dipinto di bianchi rettangoli verticali, esaltati dal fondo buio d'un "cielo" quasi nero e dal grande rettangolo irregolare che occupa la parte centrale. Mentre la presenza umana, il paesaggio, le isole, il lago, "le ragazze disposte sulle barche a remi, come rami di fiorii andando a messa", sono rappresentati da toppe di colore che la tecnica del collage accosta con sensibile spontaneità, anche se, alla fine, si coagulano, per così dire, nella visione di spazi, di linee, di immagini che richiamano il ritmo emotivo e musicale della poesia. Dalle composizioni figurative ispirate ai poeti, alle opere dedicate agli artisti amati il salto è abbastanza notevole e, in un certo senso, più problematico e sottile, in quanto comporta un vero e proprio "confronto" stilistico sul piano meramente pittoorico oltre, s'intende, su quello più sfuggente dei contenuti. Conntenuti molto elaborati e talvolta spinti ai margini di una vera e propria teoria filosofico-estetica, come nel caso di Klee, che la Modolo prende a modello per dar vita ad una serie di lavori in cui l'iconografia del grande pittore rivive in una più pacata tradizione veneta ed in un nuovo clima sentimentale che si allontana, in parte, dal tono di raffinato intellettualismo tipico della poetica dell'artista tedesco. In particolare la pittrice prende in cosiderazione taluni modelli incentrati sulla figura umana, che si ispirano al disegno infantile e poi naturalmente si caricano di significati spirituali di straordinaria penetrazione esistenziale. Basterà citare Senecio (presto un uomo vecchio), del 1922, Pierrot prigioniero, L'attore (due lavori del 1923), /I sapiente (1933); lavori in cui la forma va ben oltre le connotazioni fisiche per spaziare nei vasti meandri dell'inconnscio e dell'ironica interpretazione di un determinato "tipo" psicologico secondo un'accezione che richiama le note categorie Junghiane. L'operazione della Modolo tende in ogni caso verso una estrema semplificazione formale attraverso volti magicamente sospesi in un alone di delicate meditazioni elegiache. Più che le caratterizzazioni individuali essa coglie tipologie universali, volti come grandi soli o lune, raffinate e insieme candide personificazioni di solitudini esistenziali che non sono mai di tono nichilista, grazie alla presenza del fondo di tela di sacco, in apparente contrasto con la delicatezza cromatica delle calde luci rosate o dei calibrati contrappunti in cui la vibrazione materica (il sacco, la cucitura, un filo sospeso) gioca un ruolo primario tra la "finzione" della pennellata e la realtà dell'oggetto naturale. Accanto all'amore per la concretezza della materia che richiama inevitabilmente la presenza della terra, della natura, Michela Modolo coltiva, quasi ossessivamente, un'attrazione proofonda per il mare inteso come richiamo spaziale, come arcana dimensione capace di placare voci interne, musiche e silenzi provenienti da altri pianeti. In una serie di lavori del 1987, dal significativo titolo Tela e onde marine, l'artista riesce a dar vita a "dimensioni parallele", a quegli "opposti richiami" che costituiscono una costante della cultura letteraria e figurativa dei vicentini . Una cultura che trae linfa dall'ambiente geografico, posto tra il richiamo del mare (Venezia) e la zona montuosa del settentrione, e soprattutto da ideologie che si scontrano dialetticamente senza approdare ad alcuna soluzione catartica. Si veda, a proposito, la posizione di Piovene la cui narrativa si sofferma talvolta in descrizioni paesaggistiche di inarrivabile bellezza interpretativa. Una bellezza in cui, come è stato osservato, non si "avverte la presenza della realtà, ma la commozione di chi recupera e definisce un'estasi, l'eco di un'elegia che commemora significati molto più vasti e melodici di quelli che ci vengono rappresentati" (8). D'altra parte vi è nello scrittore vicentino una strenua volontà di dominare il mistero ed il fascino "mistico" delle cose, attraverso una lucida coscienza razionalistica. Anche nelle opere della Modolo si assiste spessso ad una duplice tensione espressiva: da un lato si tende ad esaltare, con una sorta di compiacimento sensuale, la materia "povera" come emblema di una creatività immanente, di origine divina, dall'altro, tale materia, viene sapientemente armonizzata entro preecise scansioni spaziali e geometriche, senza contare che gli interventi pittorici, e le aggiunte di collage, riescono sempre a creare zone di sottili contrasti tra realtà naturale e finzione cromatica, tra spontaneità sorgiva e rigore purista. Un elemento, quest'ultimo, che è stato assimilato dalla Modolo negli anni in cui frequentava l'Accademia veneziana. La tela e l'onda marina, costituisce, dunque, per la Modolo un viaggio nel regno dello spazio e della memoria, in un incessante procedere da zona a zona verso un impreciso orizzonnte o verso infiniti orizzonti. Una tela di sacco in primo piano è materia grezza che assume una preziosa identità nel confronto con altre tele di diversa forma e colore o con superfici dipinte mediante trasparenti stesure geometrizzanti, riflessi sospesi nel cielo o specchiati attraverso una finestra immaginaria. Nel sottofondo emotivo-culturale della Modolo vi è una segreta aspirazione a cogliere nel rapporto con gli altri un messaggio di speranza e di comunione spirituale. L'incontro con altri popoli diventa, perciò, occasione di sviluppi ideali, di arricchiimento umano, di armonia e comprensione in cui la parola evangelica ritrova riscontri profondi, granitiche certezze morali. Nella serie di opere Le porte deWE.st (eseguite nel 1987) il colloquio della pittrice con le forme e i colori si fa più solenne, più smaterializzato in senso anche pittorico. Il collage è usato con straordinaria sensibilità espressiva anche per la voluta assenza del "sacco" ed è decantato da stesure rosa-violacee, spesso sfiorate da zone dipinte a pastello, con mano leggera e quasi timorosa di interrompere la purezza del piano di sfondo: un cielo statico, impenetrabile sul quale si stagliano sagome di possibili costruzioni, vaghe idee di montagne e colline, bianche striature di nubi o di fantasmi vaganti come immagini sognate dall'anima assetata di assoluto. Il nero in primo piano non è solo pretesto pittorico per esaltare la successione delle varie tonalità, ma anche presenza misteriosa di un possibile "ritorno dell'ombra": un segnotenebroso che insegue il cammino dell'uomo verso la luce.

 

Capitolo terzo: cercando la rotta dell'infinito
Nel 1988, Michela Modolo affronta l'interrpretazione figurativa di un sonetto (il XXXVI) di Giacomo Zanella, che fa parte della raccolta dell'Astiehello: un piccolo fiume che scorre trannquillo vicino a Cavazzale, nel vicentino dove il poeta nel 1878 si costruì una villetta (9). Si tratta di una composizione profondamennte diversa da "Solentiname" di Centeno (incentraata, tra l'altro, sul dramma di un popolo oppresso). La poesia di Zanella, è scandita da parole ispirate da un repertorio classico e calate in una visione in cui si fondono mirabilmente immagini di paesaggi, plasticamente definite, con intenti moralistici, dollcezze musicali con trepidanti emozioni liriche. Protagonista del sonetto è il poeta stesso che finge di gettare l'amo nell'Astichello, sperando, forse, in una sorta di "pesca miracolosa". Alla fine, tuttavia, l'amo solleverà soltanto qualche alga. Una riflessione piuttosto malinconica sul senso della vita che raramente riserba liete sorprese. "Le immagini per un poeta" create dalla Modolo, sembrano veramente penetrare nel segreto di un linguaggio solo in apparennza chiuso nel mondo del piccolo idillio rustico. L'operazione dello Zanella, infatti, si estende oltre i confini del luogo amato per diventare analogia emotiva e stilistica di una soave e turbata espressione dell'anima sensibile ai richiami della realtà da un lato e, dall'altro, volta al recupero di una nitida struttura classica: quasi una sorta di geometria poetica calata nell'informe mondo della conoscenza fenomenologica. Tutto ciò è captato dalla Modolo in maniera si direbbe rabdomantica in quanto nell'alludere ad una situazione reale ("Nel fiume del passato ad ore ad orel getto anch'io l'amo, ... ") lasciando sospeso al centro del quadro il filo di tela juta come un amo, svolge il racconto pittorico (il cielo limpido, il profilo delle colline, il fiumicello, la terra scura, la sabbia) entro un'intelaiatura di assoluto rigore compositivo. Un rigore scandito da pause, richiami, assonanze plastiche, spaziali e cromatiche che costituiscono l'equivalente figurativo alle strutture del sonetto ispiratore in cui viene evidenziato un impianto formale, di estrema chiarezza, con uso dei vari artifici retorici compreso quello del felice alternarsi delle vocali chiare e scure. Un flusso costante di parole, di immagini, un calmo succedersi di stati d'animo, di riflessioni malinconiche sul destino dell'uomo, vengono calati nell'opera della Modolo per un naturale processo sinestetico, attraverso una calibrata articolazione di forme ora piene e "reali" ed ora trasparenti e ariose, sulle quali si diffonde un'ampia luce bianco-rosata che chiude idealmente il "rustico" mondo dell' Astichello. Nello stesso anno 1988 in cui Michela Modolo compone il dipinto dedicato a Zanella, inizia una serie di opere che hanno per tema il mare. Dai ristretti confini del fiume Astichello, l'artista si addentra così nei meandri affascinanti di più vasti orizzonti spaziali e cromatici, raggiungendo forse uno dei momenti di più alta concentrazione e intensità espressiva. Lavori incentrati sul doppio binario di indagine costante sulla concretezza del lavoro artigianaale e di raccolta di verità tangibili (la tela grezza, il filo, le improwise "lacerazioni" del tessuto) senza per questo dimenticare l'approdo verso le zone misteriose del sogno profetico, della "parola" riscoperta in una nuova dimensione dello spazio e del tempo. Un tempo ritrovato nella storia di un oggetto costruito per altri scopi e raccolto con amore per ricomporre un grande mosaico in cui i vari pezzi di tela si dispongono docili secondo una linea in parte "premeditata" in parte dettata da impulsi inconsci. Non si tratta, comunque, di una "poetica del frammento", ma di un amoroso incontro tra aspirazioni e suggestioni materiche. Infatti il frammento è sempre ricondotto all'unità in una sorta di scomposizione e ricomposizione, tanto è vero che le linee di congiunzione tra toppe di stoffe analoghe o diverse sono sovente zone vuote, "tagli" alla Fontana, congiunte con una trama di fili disposti come delicate geometrie triangolari. Nell'opera In attesa del varo, le ampie zone della tela iuta si presentano come isole d'un mondo primitivo e solenne, simili a sequenze narrative che portano alla superficie la sostanza più profonda della realtà delle cose intrise di luce e di storia vissuta. Una grande forma allude ad uno scafo sospeso tra la terra, il mare, striato di fasce azzurre, gialle e rosse, e la luminosa zona che attraversa orizzontalmente il quadro come una placida e inalteraabile dimensione poetica. L'opera annuncia tutta una sequenza corrispondente a diverse "tappe" di un viaggio iniziatico verso l'infinito o verso approdi consolatori. Certo un viaggio non è la vita, non è chiaro passaggio a incontri prevedibili, ma rappresenta pur sempre un itinerario interiore, una rivisitazione di luoghi visti o sognati, di tappe prescritte da indicibili richiami sentimentali e culturali. Si veda, a proposito, La nuova Gerusalemme: un lavoro carico di contemplazione stupita di un mondo stranamente fermato nell'istante in cui la massima luminosità crea una zona bruna d'ombra in primo piano, mentre una specie di cupola d'oro segna il punto nodale di separazione della luce dalle tenebre. Sono opere in cui è awenuto, quasi per genesi spontanea, un suggestivo equilibrio tra la perfezione materiale dell'oggetto, il ready-made, e la progettualità rigorosa di un'educazione costruttivista. In tal senso il recupero oggettivo viene finalizzato al raggiungimento di una nuova forza immaginativa in una molteeplicità di soluzioni che corrispondono a mutati interessi contenutistici, ad intense aspirazioni metafisiche. In questo incesssante gioco di tecniche espressive legate ad una severa selezione concettuale e, insieme, impreziosite da "richiami" eleganti e persino sofisticati (stoffe preziose, tocchi splendidi di colori nel punto esatto dell'intero organismo spaziale del quadro) la Modolo perviene a risultati in un certo senso opposti a quelli raggiunti da Burri con i suoi celebri "sacchi". "Il fatto nuovo in Burri", scrive Cesare Brandi, "è che la materia, il sacco come materia o il legno o la carta combusta etc., è data in proprio e deve rimanere materia" (IO). Certamente le materie trattate da Burri si sono, per così dire, sistemate in organismi più rigidi di quegli stabiliti dai cubisti: tuttavia (malgrado i vari tentativi di interpretazione psicoanalitica) restano oggetti posti polemicamente in evidenza senza assumere alcuna funzione simbolica, magari di derivazione onirica. A parte la tensione compositiva, sempre ricondotta a risultati di alto equilibrio matematico, la materia preferita dalla Modolo (il sacco) è in un certo senso simile a quella impiegata dall'''informale'' Fautrier. "Una materia" €scrive Argan - "che non si semplifica ma va sempre avanti complicandosi, captando e assimilando significazioni possibili, incorporandosi in aspetti e momenti del reale, saturandosi d'esperienza vissuuta" ... ( Il ) . E l'esperienza vissuta è slancio primitivo e insieme meditazione sul senso ed il significato del destino del mondo e delle cose. In Cercando la rotta, del 1988, Michela Modolo compone una tela apparentemente ingenua e disadorna. Una tela di sacco bruna segna un primo piano "sabbioso" (pur restando materia grezza). Tra questa e il successivo piano delle acque (una tela imbevuta di liquide tempere azzurrine) una breve striscia nera. Le due zone sono unite da una cucitura di triangoli irregoolari. AI centro del mare una grande sagoma cucita d'uno scafo inclinato: sopra qualche stoffa colorata di tonalità rosa e verde pastello. Un piccolo triangoolo arancio e un filo-cordicella alludono ad oggetti trasportati dall'imbarcazione. L'orizzonte è doppiaamente segnato con tremolanti linee orizzontali. È un'opera che mira a colpire lo spettatore introducendolo a cogliere il senso di una possibile ricerca di nuove dimensioni spazio-temporali, quasi un invito ad una meditazione limpida e solitaria, legata magari ad esperienze lontane quando, come l'''estroso fanciullo" di montaliana memoria, piegava "versicolori carte" e ne traeva "navicelle" che affidava "alla fanghiglia/mobile d'un rigagno". Successivamente l'imbarcazione ritrova una perfetta compenetrazione col profilo del mare (Navigando): tutto si stabilizza in rispondenze ritmiche sottolineate da fantastiche vele multicolori, dalla presenza d'una zona d'ombra nera in primo piano (forse l'insondabile presenza dei fondali marini). C'è anche la sosta in una azzurra plaga, magari vicino ad un'isola (Gettando la rete) mentre nel cielo alto uno strano aquilone si libra festoso verso gli sconfinati regni della luce appena sfiorata da un diffuso bagliore aurorale. Dal mito del mare, simbolo di aspirazioni esistenziali e metafisiche, come il "naufragare" dolce in un infinito leopardiano (un poeta particolarmente amato dalla Modolo), l'artista si sofferma talvolta estasiata a meditare su uno degli Inni più alti della liturgia religiosa: il Magnificat. "L'anima mia magnifica il Signore e il mio spirito esulta in Dio, mio Salvatore". L'interazione tra parola e immagine avviene soltanto quando l'aspirazione alla preghiera si reaalizza nell'ambito di una maturata disposizione interiore. Ed è questo il caso della Modolo che costruisce il suo canto d'amore a Dio con semplici mezzi espressivi, con un linguaggio umile, di tono evangelico, ma capace di toccare le vette del sublime. Poche zone scure in primo piano fanno da base, solida e terrena, ad una serie di grandi spazi di tela accostati in modo da lasciare trasparire una sottile striscia del fondo nero. Una fascia nera parte dal basso del dipinto per inarcarsi sino al bordo superiore: è una linea-simbolo che sprime una forza potenziale e nel contempo divide una grande zona grigia dal resto del quadro: ampie superfici luminose e misteriosamente tese verso una dimensione che allude ad una possibile conquista dell'infinito: non a caso il rettangolo di colore più chiaro, quasi bianco, è disposto nella parte più alta e centrale dell' opera.

 

Capitolo quarto: verranno terra e cieli nuovi
Dai "racconti marini" dove la rotta era segnata dalla sagoma scura d'una simbolica imbarcazione, durante tutto il 1989, Michela Modolo s'inoltra per altri sentieri creativi in cui, pur rimanendo costante l'idea di un rapporto con un mondo d'acque, compaiono forme sospese sulla superficie del quadro o nelle limpide atmosfeere d'un cielo grigio-azzurro. Sono opere in cui affiorano ricordi ancestrali di voli di forme colorate: uccelli, farfalle, aquiloni, strane apparizioni forse di altri mondi (DoPpio miraggio, Contrappunto). Forme e assemblaggi vari, compresi inserti di stoffe decorate con elementi floreali classici; uso di vaste stesure di colori su cui si muovono quadrati dipinti di colori diversi: una festosa armonia ritrovata all'interno di precisi recuperi, in parte inconsci, di un "fare pittura" secondo intendimenti non estranei alla lezione paterna. Si tratta certamente di suggestioni vaghe, di "omaggi segreti" in quanto le precise strutture geometrizzanti che scandiivano le vaste composizioni sacre dei dipinti del padre (e la loro stessa magistrale e articolata orchestrazione timbrica e tonai e) si sono "sciolte" nelle opere di Michela in limpide tessere musive sospese nell'aria : poetici fantasmi di un mondo amato come sostanza vitale delle proprie emozioni visive. Non a caso, nelle opere del 1991-92, Michela Modolo ritorna ad una pittura larga e solenne, dove la tela di sacco o la tela bianca, sono sentite sovente nel loro valore di superficie esaltante una composizione di svariati colori e di forme perfettamente organizzate secondo principi di rigorosa impaginazione geometrica. Siamo in presenza di una svolta di deciso recupero di una tensione espressiva che ha saputo far tesoro di molteplici esperienze operative e culturali calate, ancora una volta, nella tradizione veneta: punto di riferimento imprescindibile per percorrere le vie difficili del far "buona pittura", che consiste nel fondere il mondo della coscienza visiva con il mondo della bellezza conoscitiva. In tale direzione di "ritorno alle origini" ci sembra davvero esemplare una serie di opere dal significativo titolo Terra e cieli nuovi; lavori improntati ad una profonda coscienza che lega la presenza sentimentale del proprio luogo originario. Luogo mitizzato da una visione essenziale, architettonica e luminosa, capace di aderire ad una idea universale del bello, magari con espliciti riferimenti al genio del Palladio come nell'opera Mura a Vicenza del 1991: fedele trasposizione pittorica di una visione che ha saputo, come nessun'altra, conciliare rusticità e raffinatezza, spazio interrno e spazio esterno, luce e colore. La città amata è rivissuta con acuta introspezione volumetrica e la pittura della Modolo riesce a svelarne le interne strutture ed il contrastante variare di luci ed ombre, di zone "povere" (il sacco e le cuciture) e di zone in cui il purismo classico assolve la funzione di misura ideale del mondo. Le mura di una città che può diventare luogo "ideale" della società che in essa ritrova un ordine ed un decoro "contro il disordine, l'asimmetria, gli aspetti sgradevoli della realtà contingente" (12). Sempre nell'anno 1991, la Modolo continua la ricerca creativa su delle architetture che richiamano l'arco gotico. Una figura che consente alla fantasia di poter simboleggiare un ideale abbraccio: linee che s'intrecciano formando un arco ogivale verso la parte inferiore del quadro per poi allargarsi verso l'esterno, verso l'alto in un percorso che unisce due anime nello spazio limpido, nel richiamo di una raggìunta armonia spirituale (Insieme in un abbraccio). L'arco gotico riappare in un' opera del 1991 Terra e cieli nuovi/o Una visione trasferita sul piano di una unità spaziale e cromatica, fortemente ancorata a moduli di derivazione mondrianesca, senza tuttavia alcun intento intellettualistico, anche perchè gli scomparti geometrizzanti sono racchiusi da linee lievemente ondulate o comunque sfrangiate per meglio permettere al colore di disporsi ad accogliere dolcemente la luce della realtà. In alcune opere del 1992, ispirate al ciclo delle terre e dei cieli, lo spazio occupato dalle presenze allusive del terreno si è fatto preminente. In Terra e cieli nuovi Il, l'immagine terrestre si configura nella tela grezza attraverrso stesure ampie di colori trasparenti, che rispettano la trama del tessuto naturale, come in certi monocromi canoviani. Colori sobri, talora delicati e luminosi: gialli, ocre, bruni, verdi primaverili, zone rettangolari di bianchi come incantati riiflessi che congiungono l'avorio-rosato del cielo con le masse scure, quasi controluce, della terra. Ritorna il ricordo delle grandi vetrate, ma le campiture colorate non sono più nettamente divise dalle fenditure nere, slabbrate e pazienteemente ricucite da orditure geometrizzanti. Ora i triangoli non appaiono segnati dal filo, ma disegnati e dipinti come fregi gentili che interrrompono la successione degli spazi architetttonicamente disposti secondo una interna arrmonia naturalistica e insieme dominata dalla "ragione" di un mondo che ha ritrovato finallmente la perfetta interazione tra emozioni terrrestri e aspirazioni metafisiche: aspirazioni che diventano più esplicite nell'opera Terra e cieli nuovi 11I. Qui il cielo sovrasta una sorta di grance arco gotico, ricordo poetico d'una architettura religiosa che ha saputo sublimare i confini dello spazio materiale per raggiungere l'idea eterna del divino. Questo ritorno ad immagini fortemente ancorate ad un gusto palladiano (pur con i riferimenti al gotico) segna, dunque, il percorso più recente delle ricerche espressive della Modolo. Ricerche, come abbiamo visto, sempre riportate a contenuti di alto valore religioso e poetico. Del resto la massima intensità comunicativa, in senso spirituale, nasce proprio da un'arte come quella della Modolo che filtra il dato reale attraverso schermi visivi in cui la "forma del contenuto" si configura come chiara metafora della "forma dell'espressione". Una forma, queest'ultima, che si espande dall'opera come un'onda di pensieeri, di emozioni, di segrete aspirazioni metafisiche sperimenntate fin dai primi anni di vita e poi trasfuse nella materia con trepidante abbandono creativo. Tele grezze di "sacchi" bruni, dalla trama regolare, imbevute, talvolta, di colori "magri", ora assorbiti dal supporto, ora, invece "striati", sfumati di bianco, di rosa. Un piccolo quadrato sfavillante d'oro, richiama l'idea preziosa dello sfondo di antichi mosaici bizantini. Architetture solenni azzurro-pallide campeggianti su sfondi neri (Sfumato rosa, 1992) o sul giallo paglierino d'una tela. "Omaggi" a Santomaso in chiave più vicentina che veneziana, anche se sappiamo che il maestro ha dedicato diverse opere al grande architetto di Vicenza. Tuttavia le Lettere al Palladio di Santomaso nascono in un clima in cui il "gotico veneziano" prevale sul senso di un'architettura, quella palladiana, improntata a rigori plastici che bloccano le forme in un preciso gioco di incastri portati nel tardo periodo ai limiti di una tensione prebarocca. Scrive, infatti, Guido Ballo che Santomaso, soprattutto nell'ultimo periodo, tende verso "una profonda analogia non soltanto con l'architettura, resa quasi impercettibile per l'uso delle due dimensioni, ma anche con la musica atonale" (13). Si tratta ovviamente di considerazioni che vanno riportate nell'ambito di una personalità ricca di interessi culturali, attenta a percorrere un cammino nel segno di un continuo rinnovamento stilistico. Non bisogna, comunque, diimenticare che Santomaso era profondamente innamorato dell'arrchitettura romanica "per la vigorosa semplicità costruttiva, per l'austera fantasia, che lega spazi, strutture e ornamenti in una unità armoniosa, dominata da un ampio respiro spirituale. Le facciate sono modellate come sculture. Le leggo subito e capisco già quali possono essere le dimensioni poetiche dell'interno" (14). Si spiega così la scattante energia di molte opere del maestro veneziano: un' energia paragonabile a quella "suprematista delle superfici di Malevic e a certi sviluppi costruttivisti ... " (15). Michela Modolo ha ereditato dal maestro talune suggestioni formali senza per questo rinunciare ad una propria originaria vena narrativa e compositiva. Basterà citare, a proposito, una serie di opere del 1993, dedicate esplicitamente a Santomaso. Si tratta di "Omaggi" che riflettono un procedimento estetico profondamennte diverso da quello del pittore veneziano, il cui sguardo è sempre attento a imprimere all'immagine una sua interna forza di perfetti incastri strutturali che esaltano, fisicamente e poeticamente, i valori di superficie. Nelle opere della Modolo, invece, tali valori si dissolvono in fondi luminosi, in grandi campiture realizzate con stesure varie di colori delicati e preziosi bianchi purissimi che s'innalzano come segni dello spirito e dividono verticalmente la tela o seguono docili la sagoma d'un perfetto arco gotico; azzurri e rosa trasparenti che si succedono nello spazio alludendo ad una raggiunta unità tra cielo, acqua e terra che campeggia bruna e calda in primo piano. Ma la realtà della tela, il colore, le stoffe preziose, inserite abilmente nelle vaste superfici dei dipinti, non sono mai oggetti inseriti usualmente secondo intenti "informali", bensì ricondotti nell'ambito di una ricerca che ha sempre privilegiato una dimensione spaziale "Ieopardiana": il famoso "naufragar m'è dolce in questo mare". In tal senso la Modolo ha compiuto un percorso lineare coerente, in parte ispirato agli insegnamenti di Santomaso, ma gli incontri con il maestro sono avvenuti per vie sotterranee sul piano di un raffinato gusto cromatico di origine veneziana. Per il resto la Modolo ha saputo interiorizzare espeerienze dirette e legate ad un mondo di intensi rapporti emotivi, visivi e familiari. La grande campagna di S. Lucia di Piave, le colline di Creazzo, la presenza paterna (figura chiave di una poetica tesa verso la purezza religiosa) la formazione nell'ambiente dell'Accaademia veneziana tutto ciò ha consolidato e sviluppato nell'animo dell'artista la sua idea personale del "fare pittura" come commosssa contemplazione di una dimensione metafisica, in cui il colore bianco assolve il compito di esaltare, secondo la poetica palladiana, la purezza della vita "sommamente grata a Dio" (16).

Ottorino Stefani
Venezia, gennaio 1994

 

NOTE:
I. Da uno scritto inedito, 1993.
2.ldem.
3. Le parole sono attribuite al Canova; cfr. G.c. Argan "La virtù visiva dell'anima" in Antonio Canova, catalogo della mostra, Venezia, Marsilio, 1992, p. 3.
4. Scritto cito
5. Le parole di Van Doesburg sono riportate da F. Menna in Linea analitica dell'arte moderna, Torino, Einaudi, PBE, 1984, p. 70.
6. F. Menna, Idem, p. 71.
7. Cfr. W. Haftmann, Santomaso in Puglia, Bari, Leonardo da Vinci, 1964, p. I I.
8. Si veda, a proposito, G. Pampaloni, "La nuova letteratura", in AA.W. Storia della letteratura italiana, Milano, Garzanti, voI. IX, 1976, p. 736.
9. Cfr. S. Fongaro, Giacomo Zanella. Poeta antico della Nuova Italia, Firenze, Le Monnier, 1988, p. 213.
IO. C. Brandi, Burri, Roma, Editalia, 1963, p. 29.
I I. Le parole di Argan sono riportate da U. Eco in Opera aperta, Milano, Bompiani, 1962, p. 157.
12. Cfr. F. Barbieri, Architetture palladiane, Vicenza, Neri Pozza, 1992, p. 193.
13. G. Ballo, "Oltre l'Apparenza: i Nuovi Sviluppi Astratti di Burri, Accardi, Dorazio, Santomaso" in La Biennale di Venezia XLIII, Catalogo, Milano, Fabbri, 1988 p. 22.
14. Cfr.; "Idee di Santomaso", riportate da G. Marchiori in Arte e artisti d'avanguardia in Italia 1910-1950, Milano, Edizioni Comunità, 1960, p. 281.
15. G. Ballo.
16. Il pensiero del Palladio è riportato da R. Cevese in "L'opera del Palladio", in Palladio, Catalogo della mostra, Venezia, Electa, 1973, p. 90.