michela modolo - introduzione
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Introduzione di Franco Batacchi:
La Pittura di Michela Modolo: eventi oltre il visibile


Il caso di Michela Modolo, artista veneta di evidente rilievo culturale in un affollatissimo contesto viziato da una pubblicistica dannosamente gratificante, è paradigmatico dell'atttuale, confusa situazione del sistema dell'arte. Ci troviamo di fronte ad uno degli esempi, purtroppo non rari, di elisione, di rimozione, comunque di non adeguata attenzione nei confronti di lampanti qualità già compiutamente espresse. Trattasi di un fenomeno che si verifica con preoccupante frequenza nell'area gravitante sulle ormai sfiorite glorie veneziane; qui sembra ottenere il pass del riconoscimento (provinciale certo, ma dotato di autorevolezza in sede locale) tutto ciò che appartiene a due categorie produttive: in primo luogo - e con più cordiale adesione - i copiosi frutti tardivi del postimpressionismo, meglio se intinti nella melassa del vedutismo tradizionale; poi - non senza imbarazzo - i pochi casi di ritorno al futuro, vale a dire quei maestri del moderno e della contemporaneità che, regolarmente snobbati all'ombra del prooprio campanile, hanno saputo affermarsi nelle metropoli e sono poi ritornati a raccogliere stanchi onori di fine carriera. Per almeno vent'anni non è esistita un'istituzione pubblica o un'orgaanizzazione privata che fosse in grado di incoraggiare o almeno segnalare i giovani talenti veneti. Unica eccezione, la Fondazione Bevilacqua La Masa, che tuttavia è stata gestita per almeno vent'anni da una ristretta cerchia di addetti ai lavori, chiusi nell'ottica laguno-centrica. Carenze e miopie che spiegano, almeeno in parte, il silenzio che per lunghi anni ha circondato l'attività di numerosi artisti, sovente formatisi proprio a Venezia ma poi rientrati a lavorare, in solitario impegno, nella regione.

Tra questi, Michela Modolo: personalità non clamorosa ma tenace, non pragmatica ma coerente. Il fatto stesso che da qualche tempo sia in atto una doverosa valutazione del suo lavoro dimostra che qualcosa si muove e che, probabilmente, i disastri provocati dai piccoli guru dell'informazione presso migliaia di amatori e collezioonisti stanno giungendo al pettine di una revisione critica che il tempo non tarderà a completare, per rendere giustizia ad un paio di emarginate generazioni di artisti. Perché abbiamo accennato a questioni apparentemente marginali, nell'introdurre una proposta di analisi dell'opera di una pittrice (ma il termine al femminile potrebbe risultare sminuente, meglio dire pittore, così come si nominano avvocato, medico, giudice, ministro le donne che svolgono tali attività)? Per la semplice, ma non peregrina ragione che, da sempre, il mestiere dell'artista si relaziona al cosiddetto contesto socioculturale (anche economico, dunque) in cui vive. Per dar conto, in premesssa, di dati non trascurabili: la forza di carattere, la determinazione, la fiducia nei mezzi e nel significato del proprio agire che, in una situazione come quella descritta, fungono da volano alla quotidiaana fatica della ricerca, non supportata da adeguati riscontri e soddisfazioni materiali. Unico premio e incentivo, la serena valuutazione del percorso compiuto e il tangibile riscontro dei testi che, poggiati in blocchi alle pareti dello studio, offrono la misura del cammino negli stimolanti works inprogress.

Nell'approccio alla pittura di Michela Modolo occorre inoltre tenere nel dovuto conto il ruolo svolto, nella fase formativa, dagli studi all'Istituto d'arte e dall'apprendistato nella bottega paterna. I Modolo costituiscono una delle famiglie d'arte di cui è ricco il Veneto. Michela ha collaborato a lungo con il padre, Bepi, accurato e accademico pittore di chiese. Soltanto chi abbia svolto analogo tirocinio può comprendere appieno l'importanza di un bagaglio tecnico acquisito non per teoriche e affrettate lezioni, ma nel diuturno confronto con la realtà effettuale della produzione. Mestiche, preparazione dei fondi, telai, uso degli strumenti, dei diluenti. Velature, vernici, cere, olii: cento e uno segreti che nella disinvoltura e nell'urgenza del fare si trasformano in normali utensili di un antichissimo mestiere. Proprio queste solide basi consentiranno alla giovane allieva di Giuseppe Santomaso, all'Accademia di Venezia, di cogliere il succo più vitale della lezione del maestro; laddove altri si limitano a riprendere certo affascinante calligrafismo com positivo, Modolo scava più a fondo fino a rintracciare il filone aureo, la rivelazione di una materia immateriale che suscita forme dall'evocazione dell'assenza. Una pittura in togliere, ritmata su scansioni palladiane, essenziale e austera. Santomaso, in pittura, sta sul versante di Piero della Francesca, di Cimabue (cui non a caso dedicò un Omaggio) opponendosi a Vedova (Tintoretto).

Michela parteggia con cosciente partecipazione per una scelta di chiarezza, di misure auree, di forme - già presenti dentro la superficie del quadro - non ambigue. Il disegno, prima di tutto mentale, come binario per il viaggio alchemico verso la definizione dell' opera. L'aspetto più appariscente, in questa pittura, è costituito dall'uso dei materiali di supporto, nobilitati per una riscoperta espressiva. La funzione partecipa alla cattura della forma, è forma. L'impiego di carte e cartoni, juta, lino, cotoni, legni ha inevitabillmente richiamato, alla memoria dei pochi, meritori studiosi che hanno scritto dell'artista, il mondo di Burri. Ma il collegamento regge soltanto per gli aspetti metodologici dell'esecuzione di alcune opere, dove il riferimento com positivo si ritrae per lasciar emergere il prepotente ordito delle tele giustapposte o tenute insieme da precarie, larghe impunture. In realtà nulla è più lontano dall'espressionismo materico di Burri, dell'ermetismo poetico dì Modolo. Se riferimenti vanno cercati - poiché nessuno in arte nasce orfano, e dopo le avanguardie artistiche del nostro secolo gli orfani risultano c1assificabili come specie estinta - occorre partire (come evidenzia giustamente anche Stefani) proprio da Santomaso: "Mi sono accorto che, se volevo ridurre l'operazione di fare pittura ai principi peculiari del fare pittorico, dovevo fare in modo che gli elementi fondamentali si riducessero a colore, spazio e luce e che questi potessero rendere al massimo" (cit. da Guido Ballo in: "Santomaso", Electa, 1982). È la ripresa delle teorie spazialiste nella coniugazione veneziana, che già ha espresso altissimi risultati su opposti versanti: Guidi (figurativo), Bacci e Morandis (non oggettivo).

L'artista è tentata di applicare le tecniche dell'assemblage e del collage a schemi iconografici riferiti ad archetipi collaudati: si rivolge al grande esempio di Klee, ma ben presto intuisce che per il geniale sperimentatore svizzero la "figura" è pretesto strutturaale, geografia del segno. Si sente capace, e non è da tutti, di affrontare grandi dimensioni, ma scopre subito che un volto, pur geometrizzato, se ingigantito volge al grottesco. Probabilmente ritorna con sorpresa all'origine di gran parte dell'astrattismo. Si awede che nella nostra epoca ogni figura è già stata ingrandita dai mezzi foto meccanici e che analoghi procedimenti pittorici scaadrebbero a goffa retorica (Transavanguardia docet). Comincia perciò a depurare la sua narrazione visiva, in precedenza affollata di presenze riconoscibili. Soprattutto nelle composizioni di vasto respiro, in cui la partizione degli spazi suggerisce riferimenti a paesaggi lontani, il soggetto è ormai pretesto per una libera, ma ancor più motivata, verifica della valenza spaziale dei toni.

Non è possibile stabilire quanta consapevolezza abbia presieduto alla scelta di percorso compiuta da Michela Modolo. La sua, appare piuttosto come una rabdomantica ricerca del filo rosso che collega il Dadaismo più riflessivo ai migliori esponenti dell'astrattismo inglese. Penso a Ben Nicholson, a quel suo modo di interpretare la sintesi segnica di Braque filtrandola nella luce di Turner. È ben vero tuttavia che il termine "astrattismo" risulta ambiguo. Nulla è più lontano dall'astrazione di un'opera d'arte pittorica o plastica; vale a dire di oggetti che, pur fecondati dal valore aggiunto della manualità e del carisma indotto, rimangono caricati di un'innegabile e tangibile presenza fisica. D'altro canto un processso, analogo a quello, esemplare (quasi didattico) che per progresssive astrazioni trasformò, in soli quattro anni ( 1909-1912) l'albero rosso di Mondrian in una sintesi equilibrata di segni e colore, riduce al minimo il margine di identificabilità del soggetto, consenntendo all'artista di comunicare ciò che gli altri mezzi espressivi della tecnologia non sono in grado di mostrare: il lato non visibile della realtà. Lungo la via il racconto si decanta, gli inserti di stoffe arabescate abbandonano ridondanze decorative e ormai il punto focale di smisurate lande monocrome si concentra in preziosi lacerti dorati o in guizzanti, minimi inserti d'accesa cromìa. La prosa diventa poesia, su tutto aleggia un sereno mistero. Alcune delle più recenti opere di Michela Modolo offrono al riguardante la rara sensazione del sortilegio. Tele, fili, colori, sembrano mutare la loro essenza.Come nelle meravigliose composizioni di Schwitters, dalla poverrtà dei materiali nasce un miracolo. La promessa di un evento.
Franco Batacchi

Venezia, gennaio 1994

 

FORME DI LUCE E DI PRESAGIO di Giuliano Menato
Presentazione mostra a Sant'Ambrogio
17 gennaio 2004

Michela Modolo appartiene alla piccola ma eletta schiera di pittori vicentini - è d'obbligo fare i nomi di Caneva, Zen, Duso, Martini, Stocco, Onorato - che hanno scelto il verbo astratto per esprimere una visione del mondo in cui prevalgono le istanze dell'interiorità emozionata di contro al verbo figurativo volto alla rappresentazione della realtà oggettiva, non importa se intaccata da fughe visionarie. Con tale gruppo, legato da amicizia sincera oltre che da stima profonda, ella ha contribuito ad affermare nell' ambito della cultura artistica vicentina, a partire dagli anni Settanta del Novecento, un movimento spontaneo ma coeso, che ha sostenuto senza cedimenti le ragioni della pittura, scartando soluzioni di comodo, vincendo la tentazione di adeguarsi a mode conformi a tendenze diffuse della società.
Spirito individualistico, certo, la Modolo, come qualche suo compagno, ma non al punto di sottrarsi al dialogo, di precludersi la possibilità, memore della lezione di vita oltre che d'arte ricevuta dalle scuole da molti frequentate - alcuni si sono formati alla Scuola d'Arte e Mestieri di Vicenza, altri sono cresciuti alla Scuola di Pittura Marzotto di Valdagno -, di porsi come punto di riferimento di una stagione felice dell'arte vicentina in cui era normale confrontarsi su progetti comuni, assorbire gli umori fecondi della propria terra.
Pittura astratta, quella della Modolo, per un bisogno di libertà, per guardare dentro di sè, pur affascinata dalla natura, alla quale si rifà solo per ricrearla nelle forme dell'invenzione, nei colori dell'interiorità. Pittura colta, inoltre, la sua - educata alla scuola veneziana di Santomaso -, per esprimere qualcosa di diverso dal reale, che non cessa di dare spunti per nuove idee. TI lirismo poetico che connota l'opera della Modolo è l'effetto che il suo lavoro d'artista produce in un senso tutto artigiano, grazie all'autonoma capacità espressiva dei mezzi figurativi che vengono impiegati.
"Solo l'accordo eseguito con cura nell'impianto della forma, della luce e dei colori - diceva Werner Haftmann - produce il quadro in quanto realtà indipendente, che si sviluppa 'parallelamente alla natura' (Cézanne) e che rappresenta spiritualmente, sul piano figurativo, il riferimento alla realtà 1nstaurantesi nell'uomo contemplante in quanto 'controimmagine riflessa'. Quest'ultima ha una qualità evocativa e non riproduttiva". Solo la pratica dei mezzi espressivi, che determinano la forma pittorica - diciamo noi -, consente alla Modolo di partecipare un messaggio evocativo che è eco lontana di cose materiali. Non ha natura impulsiva, non è irruenta nell'atto creativo, preda di facili entusiasmi e di improvvisi trasporti, che riprendano, per altra via, le disordinate manifestazioni della natura. Ma non reprime gli stimoli della sensibilità, non umilia la forza dell'invenzione riducendo l'immagine a vuota forma. Né l'uso caotico della materia pittorica, che può risultare più greve di quella fisica, né la repressione del sentimento, che umilia la vitalità dell'essere, si addicono a Michela, la quale impiega materiali extra~artistici, come le stoffe, per velare scorie residue, per dar respiro a superfici inerti, per creare morbide trasparenze che la distillazione stessa del colore a volte non consente. Un'aura luminosa e tersa, un tono pacato e lieve permeano le sue composizioni, all'interno delle quali corre il soffio di una vita segreta, si effonde l'armonia di note sussurrate che il silenzio dispone a cogliere in leggeri contrappunti. li formalismo, che è un elemento innegabile della ricerca espressiva della Modolo, è sempre vinto da un superiore equilibrio.
"Non c'è niente di più astratto del mondo visibile" dichiarò Giorgio Morandi. All'ambiguità di siffatta espressione ci riporta il fare della Modolo, che indubbie consonanze presenta con il maestro bolognese, al cui riguardo Fabrizio D'Amico scrisse parole che ci inducono a riflettere anche sul lavoro della nostra pittrice: ''L' indicibilità .. dell' inizio, e dell' approdo, delle sue immagini se siano, quell' abbrivio e quel termine, da cercare nel 'pretesto necessario' di natura, o nel percorso da esso indipendente di un'idea".
Il taglio della superficie, l'enigmatica intensità della luce, la stesura della pennellata che si pongono in sintonia con i materiali in calcolati contesti, mantengono i piani delle sue composizioni in un sistema decisamente astratto, senza profondità, in cui linea, spazio e colore sono come trascesi. La statica diffusione della luce e il movimento del pennello, nell'assenza di ogni gravità, producono quella dimensione spirituale che ci proietta in un cosmo superiore, sconosciuto ed infinito. Da nessun artista del gruppo sopra ricordato la pittura è portata a così alta contemplazione. Un affiato quasi religioso circola tra le sue icone astratte: reliquie e sindoni che preannunciano cieli e terra nuova.

Dicembre 2003

Giuliano Menato

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