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CRITICA, PREFAZIONE- giovanni duso |
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critica/introduzione |
mostre |
PREFAZIONE, INTRODUZIONE ALLE OPERE e CRITICA |
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Nell'esaminare l'opera di Giovanni Duso, in una monografia del 1992, abbiamo rilevato oltre a qualche influsso delle componenti astratte e informali di artisti come Afro, Santomaso, Birolli e Turcato una continua tensione verso un mondo che è una sorta di "fuga" nella dimensione arcana del sogno, ma di un sogno fatto alla presenza di uno schema geometrico come "correttivo" della bellezza sensibile. In questi ultimi anni la pittura di Duso, pur restando fedele a tale linea espressiva, si è fatta più pura ed essenziale. Lo spazio del dipinto sembra "dilatarsi" verso l'infinito, uscire dai bordi dell'opera, "allargarsi", per così dire, in ampie zone di colore monocordi. La materia stessa, un tempo elaborata in finissime variazioni tonai i e timbriche, ("inglobate" in preziose stratificazioni e in trasparenti evocazioni luminose) si è fatta più compatta solidificando le dinamiche immagini del passato in una più severa impaginazione strutturale. Dalla finestra (1999), costituisce, in tal senso, un felice esempio di "poetica dello spazio infinito". I due rettangoli (quello segnato dai bordi delle finestre e quello che è un riflesso dell'esterno sui vetri a destra), contengono un fluire di tinte giocate su rapporti armoniosi di grigi, di bianchi perlacei, di azzurri e di neri. Tutto lo spazio allude all'informe mondo delle arcane e sognate dimensioni dell'inconscio: sconfinati cieli, appena intrisi da un velo di malinconia, "macchie" terrestri attraversate da segni scuri, incisi sulla materia elaborata come se fosse lo spazio poetico della memoria. La stessa aspirazione di raffigurare uno spazio immenso, permeato da sottili inquietudini esistenziali (forse un segno visibile del grigiore drammatico dei nostri tempi) lo ritroviamo anche in Architettura in grigio (2001): un'opera di grande respiro poetico, in cui l'ampiezza spaziale dello sfondo, nebbioso e malinconico, sembra improvvisamen¬te solcato da strane immagini nere che percorrono veloci lo spazio, attorniate dai bagliori fosforescenti dei bianchi, di qualche rosa, collegate tra di loro da scattanti linee nere, I grigi e gli azzurri spenti ritornano anche in altre opere, (come in Mattino di nebbia 2003), per ricordarci, ancora una volta, che la pittura allude a stati d'animo complessi, in quanto il "pensiero formante" è, sempre e comunque, pensiero poetico: vale a dire tensione spirituale per ricondurci alla scoperta di una dimensione rinnovata del mondo. Perciò gli spazi amati da Duso sono quelli dettati dalla memoria, vissuti nell'anima come inconsci desideri di scrutare, per quanto possibile, ciò che abbiamo sentito e visto e meditato durante tutto il percorso dell'esistenza. Spazi come simboli di un universo misterioso e affascinante (Ritmi nello spazio, 2003) talvolta solcato dall'ombra della morte oppure sentito come fiamma che divora l'universo (Composizione in rosso, 2003), Spazi come serene contemplazioni di mari solitari, o di laghi sui quali specchiare felici sogni perduti, o conturbanti immagini della notte che incombe sul destino dell'uomo. Spazi sconfinati, interiorizzati, perché il pittore sente che l'immensità è dentro di noi, in quanto ossessionante ricerca di una dimensione "altra": "per quanto possa apparire paradossale -scrive Gastone Bachelard - è spesso l'immensità interiore a conferire il vero significato a certe espressioni riguardanti il mondo che si offre ai nostri occhi". "Immensità interiore" significa, per Duso, sentire la superficie dei suoi dipinti come luogo d'incontro e "scontro" atti¬vo tra l'essere informe della materia e l'impulso originario di restituirla ad un significato di organismo vivente, depurate... - omissis - e, forse l'ansia di ritrovare in esso lo specchio iridescente che riflette il movimento delle nubi, il continuo, scre¬te, lavorìo della luce sul velo increspato delle acque, il quieto abbandono nel regno del silenzio, finalmente vato. E il verde di un prato, inondato di luce, è ancora ricordo e fervoroso abbandono al risveglio improvviso di natura sentita come antica memoria di unitarie presenze che rinnovano i piani ideali del tempo e dello spazio. spazio che si espande e, nel contempo, chiude nel suo centro un quadrato rosso -mattone: forse un riferimento¬ deIle terre arate, al lavoro che modifica il volto delle pianure e delle colline venete. Ma tali indicazioni sono solo ;ioni, vaghi riferimenti ad una dimensione che ha ormai perduto ogni contatto con la realtà per trasformarsi in metaforica configurazione di un preciso spazio pittorico, autoreferente, in quanto linguaggio che possiede una interna vitalità espressiva e che permette all'osservatore di contemplarlo nelle sue risonanze emotive e nella perfetta autonomia stilistica. 'arte può essere considerata "pura formatività", assidua ricerca, (anche sul piano meramente tecnico) di rag¬Igere un'autonoma configurazione, attraverso una serie di improvvise intuizioni, di ripensamenti, al fine di dare ai "fantasmi fluttuanti" della propria coscienza creativa, l'operazione di Duso ci sembra ormai giunta al culmine 3 sue aspirazioni creative. I "fantasmi fluttuanti" si sono ormai consolidati in stratificazioni materiche di grande liro estetico. Le immagini dominanti, che un tempo avevano raggiunto un loro incanto espressivo nella scansio¬talora minuziosa, di forme quasi sospese nello spazio, nei dipinti più recenti sono diventate più corpose e nni, più vicine ad una tradizione pittorica, come quella veneta, che ama la materia di un dipinto come risonanza ante di uno "slancio vitale" capace di evocare la mutevole bellezza di un mondo sognato come arcana dimensione poetica. Ottorino Stefani |
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