gino prandina - cifra d'infinito
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La pittura di Gino Prandina parte da lontano: dalle giovanili, ora archiviate tendenze secessioniste tra il liberty e l'art decò, alle suggestioni iconiche di un espressionismo a volte ossessivo sino ad apparentemente placarsi in fitoan­tropomorfismi graficamente elaborati che lo conducono, per strade diverse, ad approdare ad una pittura assoluta­mente informale, caratterizzante il suo linguaggio della metà degli anni Novanta. Le due vie che conducono alla serie degli acquarelli su carta de L'ORA BLU (1992-97) sono estremamente

indicative di quelli che saranno i successivi sviluppi della sua elaborazione artistica: un intrinseco simbolismo, mai disatte­so, di radice espressionista, retaggio di profonde ragioni culturali ed etiche e la tensione calligrafica della sua pittu­ra in cui, esaltato dalla materica dilatazione del mezzo tecnico, il paradigma si allenta, il colore si fa introspezione psichica. Dalle sfumate evanescenze delle insistite gamme del blu emergono in superficie scritture segrete, arcani contenuti crittografici, riferimenti memori degli orientalismi della americana "scuola del Pacifico" di Kline e Tobey, in particolare del "corsivo" di Tobey, delle sue continue ricerche sulla calligrafia orientale risalenti ai primi anni Cinquanta. Se attinenze all'ORA BLU di Prandina si vogliono trovare nel milieu culturale complessivo occidentale degli stessi anni, il riferimento più puntuale può essere ai grafismi di espansione cromatica di Wols e Fautrier e all'ermetismo poetico di Giuseppe Ungaretti. Di lì nasce l'ultima esperienza pittorica di Gino Prandina che ora appare nella attua­le, recentissima, ancor inedita produzione 1998-2000: la radice calligrafico-gestuale si evidenzia marcatamente mentre il blu lentamente si riassorbe cedendo a calibrature più meditate, meno espanse ed espansive di giallo­rosato, aranciato, sino all'ocra intenso che matura contemporaneamente al linguaggio-segno sempre più crittografi­co. Si tratta, nelle opere estreme, di una autentica pittografia più raccolta conclusa che, in brevi e concise pennella­te, riassorbe ed esplicita una tensione poetica di nuovo riferibile a canoni letterari, ora decisamente accostata alla poesia orientale giapponese degli HAIKU, brevi componimenti di 5+7+7 sillabe che, nella loro sintesi spazio-tempo­rale racchiudono, in scarni versi, una vera e propria "cifra d'infinito". Nello stesso modo queste recentissime opere di Prandina su carta, ma spesso di più consistente supporto, impri­mono una sintesi altamente simbolica di cifra cromatica e segnico-gestuale decifrabile e indecifrabile, scrittura arcaica e primordiale come un graffito o un'iscrizione lapidea in via di decrittazione oppure gesto grafico che, nella sua dinamica esecuzione spaziale, lasci del tutto cadere la propria valenza semantica. Il tenace parterre simbolico di Prandina abbraccia in tal modo valenze universali: cromo-segni che assumono a cifra mistico-contemplativa.

maggio 2000 - Flavia Casagranda

L'opera di Gino Prandina ad una prima lettura si rivela astratta, informale, sicuramente non figurativa. E' il risultato di una ricerca espressiva che ha raggiunto l'astrazione attraverso la sintesi, non attraverso la sottrazione di immagini e di riferi­menti iconici, come comunemente è inteso. L'artista nella sua evoluzione ha confrontato esperienze che si avvicinano sia alla complessità del simbolo che alla forza dell'espressionismo, per raggiungere infine l'astrattismo (cioè la non rico­noscibilità iconica dell'immagine), sintetizzando e sublimando la sua volontà di espressione. Un percorso che si avvicina a quello compiuto, ad esempio, da un maestro come Mondrian. Questo accostamento è valido se si pensa allungo perio­do di sperimentazione e ricerca compiuto sempre sullo stesso soggetto (il famoso "albero") che ha portato l'artista olan­dese al raggiungimento dell'astrazione proprio attraverso la sintesi progressiva dei tratti. L'astrazione è il risultato di una esigenza di semplificazione e riduzione del motivo di natura, dell'immagine che riproduce il reale, partendo da essa stes­sa, con un profondo rispetto nei suoi confronti, anzi con l'intenzione di carpirne e capirne l'essenza. Nelle opere di Prandina si avvertono forme di paesaggi ancestrali, armonicamente fluenti che tracciano i profili geografici ma anche temporali di un'età sospesa, pre o post-industriale, non certo la nostra, frenetica e convulsa, spesso incapace di arricchir­si dei valori dell'intangibile. Sono testimonianze di una introspezione che compie necessariamente una sua evoluzione tra creazione e dissoluzione, in cui l'eterea assenza di queste velature, di questi ectoplasmi onirici si concentra, come per sedimentazione, in una presenza forte, ma allo stesso tempo eterea, quasi gassosa. La varietà dei colori è limitata, soprattutto l'amato blu tende ad una acquosità dovuta in parte alla scelta dell'acquerello, in parte al richiamo della lezione impressionista basata sull'immediatezza del gesto. Questo continuo dissolversi dei colori contribuisce a creare una scomposizione delle forme che si tramutano in immagini fitomorfiche, sfuocate. E' il Monet delle ninfee, dove forma, colo­re, ambiente si fondono in un tutt'uno a creare un effetto di "dissoluzione meteorologica". L'acqua sembra intervenire fisi­camente sulla superficie creando velature, ombre, essenze e dissolvenze, in un interminabile gioco di presenza e assen­za. Appare spesso il blu, colore dell'assoluto, che nel suo accentuarsi e diluirsi di intensità ricorda un fluire di coscienza che l'opera di carta, con la sua immediatezza può restituire. Parlando del colore blu il paragone, anche se solo cromatico, con Kline è inevitabile, quantunque il blu di Kline appare come un gorgo assorbente di pensieri, di oggetti e azioni, un fagocitatore dei tradizionali strumenti artistici che tende alla contaminazione estetica spazio-temporale. Il blu di Prandina è invece propositivo, lieve, spazi a verso orizzonti lontani e chiari, luminosi, si fa forte del supporto cartaceo e ne accen­tua le caratteristiche di immediatezza e semplicità. Citando Barilli possiamo dire che il blu si diffonde nell'etere, o nella dimensione immaginaria, creando uno stato d'animo. Le opere di Prandina si possono leggere anche come brevi Haiku, poesie giapponesi fatte di tre righe, nelle quali in venti lettere si concentra il significato di tutto un mondo. O anche, sfrut­tando con cinismo la debolezza del supporto volatile e deperibile come può essere la carta, come spirituali Mandala tibe­tani, dove è proprio la fragilità del supporto a dare il valore dell'immagine che viene a porsi.

Stefania Michelata, Mario Benetti, DAMS

 

 

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