L'opera di Gino Prandina ad una prima lettura si rivela astratta, informale, sicuramente non figurativa. E' il risultato di una ricerca espressiva che ha raggiunto l'astrazione attraverso la sintesi, non attraverso la sottrazione di immagini e di riferimenti iconici, come comunemente è inteso. L'artista nella sua evoluzione ha confrontato esperienze che si avvicinano sia alla complessità del simbolo che alla forza dell'espressionismo, per raggiungere infine l'astrattismo (cioè la non riconoscibilità iconica dell'immagine), sintetizzando e sublimando la sua volontà di espressione. Un percorso che si avvicina a quello compiuto, ad esempio, da un maestro come Mondrian. Questo accostamento è valido se si pensa allungo periodo di sperimentazione e ricerca compiuto sempre sullo stesso soggetto (il famoso "albero") che ha portato l'artista olandese al raggiungimento dell'astrazione proprio attraverso la sintesi progressiva dei tratti. L'astrazione è il risultato di una esigenza di semplificazione e riduzione del motivo di natura, dell'immagine che riproduce il reale, partendo da essa stessa, con un profondo rispetto nei suoi confronti, anzi con l'intenzione di carpirne e capirne l'essenza. Nelle opere di Prandina si avvertono forme di paesaggi ancestrali, armonicamente fluenti che tracciano i profili geografici ma anche temporali di un'età sospesa, pre o post-industriale, non certo la nostra, frenetica e convulsa, spesso incapace di arricchirsi dei valori dell'intangibile. Sono testimonianze di una introspezione che compie necessariamente una sua evoluzione tra creazione e dissoluzione, in cui l'eterea assenza di queste velature, di questi ectoplasmi onirici si concentra, come per sedimentazione, in una presenza forte, ma allo stesso tempo eterea, quasi gassosa. La varietà dei colori è limitata, soprattutto l'amato blu tende ad una acquosità dovuta in parte alla scelta dell'acquerello, in parte al richiamo della lezione impressionista basata sull'immediatezza del gesto. Questo continuo dissolversi dei colori contribuisce a creare una scomposizione delle forme che si tramutano in immagini fitomorfiche, sfuocate. E' il Monet delle ninfee, dove forma, colore, ambiente si fondono in un tutt'uno a creare un effetto di "dissoluzione meteorologica". L'acqua sembra intervenire fisicamente sulla superficie creando velature, ombre, essenze e dissolvenze, in un interminabile gioco di presenza e assenza. Appare spesso il blu, colore dell'assoluto, che nel suo accentuarsi e diluirsi di intensità ricorda un fluire di coscienza che l'opera di carta, con la sua immediatezza può restituire. Parlando del colore blu il paragone, anche se solo cromatico, con Kline è inevitabile, quantunque il blu di Kline appare come un gorgo assorbente di pensieri, di oggetti e azioni, un fagocitatore dei tradizionali strumenti artistici che tende alla contaminazione estetica spazio-temporale. Il blu di Prandina è invece propositivo, lieve, spazi a verso orizzonti lontani e chiari, luminosi, si fa forte del supporto cartaceo e ne accentua le caratteristiche di immediatezza e semplicità. Citando Barilli possiamo dire che il blu si diffonde nell'etere, o nella dimensione immaginaria, creando uno stato d'animo. Le opere di Prandina si possono leggere anche come brevi Haiku, poesie giapponesi fatte di tre righe, nelle quali in venti lettere si concentra il significato di tutto un mondo. O anche, sfruttando con cinismo la debolezza del supporto volatile e deperibile come può essere la carta, come spirituali Mandala tibetani, dove è proprio la fragilità del supporto a dare il valore dell'immagine che viene a porsi.
Stefania Michelata, Mario Benetti, DAMS